Il M° Fassi... storia del karate italiano... - HOMBU-DOJO Asd Arezzo - Scuola di Karate e difesa personale

Vai ai contenuti

Menu principale:

Il M° Fassi... storia del karate italiano...

Karate tradizionale
in ricordo del Maestro Fassi... storia del karate italiano
da un'intervista a Roberto Fassi (recentemente scomparso, purroppo) che, per hi non lo sapesse, è di fatto il padre del Karate Italiano, per come oggi lo conosciamo (dico subito che il vero padre è Vladimiro Malatesti, ma per tanti motivi, il M. Fassi è da ritenersi meritevole di tale appellativo).
Riccardo Donati
(…)
D. Mi vuoi parlare del leggendario “corso istruttori” dell’A.I.K.?
Al primo corso istruttori eravamo in otto. C’erano Abbruzzo, il gruppo di Bologna (Baleotti, Perlati, Balzarro e Guaraldi), io, Falsoni, Parisi e Ottaggio di Genova. Poi l’anno dopo hanno cominciato a venire Zoia, Montanari e tutti gli altri... Ma quell’anno più che botte io non ricordo. Dopo ogni lezione tornavo a casa con un occhio nero. Il corso istruttori erano solo botte, jiu kumite. Mi dicevo: “Ma che corso istruttori è?” All’inizio, mi ricordo la prima lezione, davanti a tutti il maestro che dice: “Jiyu kumite, Fassi venire!”. Io vado su, mi metto in guardia, pam, un maegeri in pancia, vado giù. Mi rialzo, un mawashigeri in faccia...io penso: “Ma non bisogna controllare?” Mi arriva un cazzotto qui sul naso, vado giù di nuovo. Allora ho pensato: “Forse vuole vedere il mio spirito”. Allora mi sono rialzato e gli sono andato addosso come una belva. Chiaramente non so cosa mi ha fatto, di karate non ne sapevo molto ma di judo sì così l’ho preso, gli ho fatto fare un bel volo. Lui arrivando a terra mi ha colpito e scherzosamente mi ha detto: “Ippon” però poi ha aggiunto “Bravo, bravo”. Ricordo anche un altro corso istruttori, lui lo chiamava così ma non è che ci spiegasse qualcosa: il corso istruttori erano solo botte a non finire. Per cui era un incubo andarci, e poi gli altri erano tutti tosti e più giovani di me. Ricordo una volta che c’era stata una dimostrazione al Palalido, Nando Balzarro non aveva controllato un colpo e aveva dato un pugno tremendo a uno … E il giorno dopo avevamo il corso istruttori, il maestro Shirai fa fare kumite e come primo partner sceglie proprio Balzarro e lo colpisce in pieno. Mi ricordo di aver visto gli occhi di Balzarro rovesciarsi e lui diventare bianco e andare giù come uno straccio. Poi è toccata a tutti gli altri. Falsoni, che era un grande combattente, ha reagito, ha cercato di contrastarlo, ma le ha prese ugualmente. Ricordo che dopo, nello spogliatoio, Falsoni con due monete cercava di raddrizzarsi il naso. Io ero il più anziano, ero l’ultimo della fila, ho pensato: “stavolta vendo cara la pelle”. Shiraicon me forse ha voluto strafare, è partito con mae tobigeri, io l’ho centrato in pieno con ushirogeri. Ero terrorizzato e ho pensato: “Adesso sono morto!”. Ho messo giù il piede e ho tagliato la corda. Lui mi ha inseguito per tutta la palestra finché mi ha preso, mi ha tirato giù il gi (mi ricordo che mi sono rimaste tutte le strisciate delle unghie per un sacco di tempo) e mi ha urlato “Non devi scappare!” Io gli ho risposto: “Maestro, cosa devo fare?” Alla fine però non ha infierito, si è messo a ridere e ha detto: “Bene, bene”. Questo spiega un po’ lo spirito che c’era, creato anche da un ambiente duro. Oggi è molto diverso, oggi non si potrebbe fare più. Allora era una roba da impazzire, ci si rovinavano le ossa e le articolazioni con giri a saltelli, era una roba folle, però si diceva “Per lo spirito va bene”.
(…)
D. Fuori dalla palestra incontravate il maestro Shirai?
Lo vedevamo anche fuori, però era più duro di adesso. Poi si è molto addolcito, ultimamente è parecchio tempo che non lo vedo ma è molto diverso rispetto a una volta, e giustamente. Quello era un periodo in cui bisognava fare così, il karate è esploso in fretta anche grazie a questa durezza...Con questo sistema i primi che sono venuti fuori sono diventati bravissimi in poco tempo: già dopo due anni un Falsoni, un Montanari erano già bravissimi, anche perché loro avevano molto più tempo per allenarsi Oggi, prima di vedere uno di quel livello, ci vuole molto più tempo. Anche se la spiegazione era netta: “Zenkutsudachi è così, kokutsudachi è così”, non osavi sbagliare: ti arrivava un maegeri in pancia. Se il kibadachi non lo tenevi, ti arrivava un calcio alla gamba, per cui c’era un’attenzione moltiplicata per dieci e questo ha fatto in modo che in brevissimo tempo si creassero dei campioni. Il maestro Shirai diceva: “Io penso: faccio uno molto bravo, poi penso: adesso faccio questo più bravo di lui”, quindi creava tra i suoi allievi una continua competizione. Dopo due anni-tre anni di allenamento sembrava di vedere in azione dei giapponesi.
(…)
D. Come erano ai tuoi tempi gli esami di Dan? - Erano molto seri, bisognava fare tutto il programma, non erano ammessi errori. In genere però quando ‘lui’ diceva: “Puoi fare l’esame” significava che ti giudicava pronto. C’erano comunque periodi in cui c’erano parecchi bocciati e altri di maggior indulgenza. Quando ho fatto l’esame di 5° dan a Venezia c’era tutta la nazionale. Io mi ricordo che in seguito a un colpo non controllato avevo il labbro aperto e fiotti di sangue che venivano giù. Ho dovuto fare kumite con Perlati tenendomi stretto il labbro così,tra le dita di una mano. E allora ho pensato: “Cosa faccio? Con una mano sola non posso difendermi, devo attaccare!” Mi sono avventato contro di lui...e
questo a Shirai è piaciuto moltissimo, in quell’esame ha promosso solo me e Baleotti, gli altri erano arrabbiatissimi. Il dolore più forte però l’ho provato quando poi sono andato al pronto soccorso, a farmi dare i punti senza anestesia. Ancora adesso ho l’interno della bocca in parte anestetizzato da quel taglio.
(…)



D. Tra i compagni di allenamento chi ricordi con particolare simpatia? Molti avevano un po’ lo spirito del campione, altri invece erano molto umani, ad esempio Abruzzo e Baleotti. Altri invece volevano emergere, quando facevano kumite ti toccavano per farti vedere che erano più forti...Anche Tammaccaro ha sempre mostrato estremo rispetto per me perché ero stato il suo primo maestro. Così Perlati e Balzarro. In generale i primi allievi , Parisi, Ottaggio, quelli di Bologna, erano estremamente positivi. Con Falsoni ero molto amico, però nel kumite era molto aggressivo, anche con gli amici.
Fugazza era straordinario, nel kumite era un vero signore. La seconda generazione, forse per bisogno di emergere e farsi strada, era più aggressiva.
(…)
D. Secondo te qual è la ragione per cui il karate ha perso parte della sua presa sulle nuove generazioni?
Forse tutte queste lotte interne l’hanno danneggiato, ma di per sè il fatto che ci siano tanti stili, che non siano uniti, è un fatto naturale ed è sempre stato così nelle arti marziali tradizionali. Uno dice: “A me piace il M° Shirai, seguo lui, quello è il mio maestro, poi non mi importa di tutto il resto”. Un altro dice: “No, a me invece piace questo stile, seguo quello”: dov’è il problema? Se invece andiamo sul versante sportivo, allora c’è bisogno dell’unificazione. Secondo me il problema è proprio questo, che oggi il karate è diventato troppo sportivo. Anche chi dice “tradizionale” in realtà non fa karate tradizionale. Il maestro Kase non ha mai fatto una gara in vita sua, non sapeva neanche che esistessero, infatti diceva: “Gara come gioco, fare per pubblicità” e roba del genere.
Però ornai la gara è diventata la cosa essenziale e così si è snaturato tutto. La stessa cosa è successa nel kendo: adesso quello che importa è il colpo velocissimo, che arriva, però quel colpo lì non avrebbe nessuna efficacia se fosse fatto con una katana vera.
Miyamoto Musashi diceva: “La velocità non è importante, importante è il tempo di esecuzione”.
Oggi se la tecnica non è completa non importa, così poco alla volta l’arte si snatura. Nella gara cosa è importante? Vincere!
Nell’arte marziale invece è essenziale non perdere, non morire, la difesa è più importante. In una gara di karate, se non c’è contatto, chi se ne frega della difesa? Tanto lui non dovrebbe toccarmi, quindi io non penso a difendermi, penso solo ad attaccare. Secondo me in tutte le arti marziali c’è questo scontro tra la mentalità marziale e la mentalità sportiva. All’inizio nel judo c’era una sola categoria, perché anche il piccolino doveva battere il grosso, poi in realtà non era così perché il grosso alla fine vinceva, se aveva la tecnica. Però un “piccolino” di judo era terribile perché pesava 60 chili e doveva combattere contro chi ne pesava cento. A un certo punto qualcuno ha detto: “Non è giusto, cominciamo a fare le categorie di peso”. È importante che vincano in tanti, che ci siano tante coppe, che tante società vincano, così sono contenti di appartenere alla federazione, tutti hanno vinto e ci sono un sacco di medaglie. Si segue la moda dello sport moderno, anche nella specializzazione. Ad esempio nel judo si comincia a dire: “Quali sono le tecniche veramente efficaci? Ce ne sono poche: uchimata, osotogari, questa, quell’altra. Allora delle 40 tecniche di base del judo solo 3 o 4 sono importanti, studiamo quelle 3 o 4. Poi abbiamo cominciato a specializzarci su una tecnica sola: una, una una, quella deve diventare la tua tecnica, così succede che per tutto il giorno uno fa una sola tecnica. Da un certo punto di vista può andare bene, con questa tecnica posso proiettare anche il campione del Giappone di judo, però tutto questo snatura e impoverisce il patrimonio tecnico delle arti marziali.
(…)
Io, all’età di 71 anni compiuti, malgrado i miei impegni professionali, mi alleno ancora un’ora al giorno e non penso certo di smettere!....
 
Copyright 2016. All rights reserved.
Torna ai contenuti | Torna al menu